Ovunque andro’ è qui che ritornero’.

Ovunque andro’ è qui che ritornero’.

Dopo dieci giorni di vacanza, studio e sport rosicchiato qua e la, scendo in Italia per il mio primo viaggio turistico da espatriato. La mente è soprendente: lo stesso viaggio di tante altre volte ma il cuore che stavolta si riempie di emozioni.

Guardare fuori dal finestrino ora è dolce e non più amaro, la mia casa di Milano non più uno scheletro del passato ma un campo base. La città che ho sempre amato è ancora più bella e ho voglia di scambiare opinioni e parole con tutti. Scopro due corniciai che dopo trentacinque anni di attività stanno per chudere. Mi spiegano con passione come fare una perfetta cornice e come l’umidità puo’ rovinare il lavoro più preciso, mi raccontano dei quadri che hanno fatto per Fidel Castro, di un trasferimento a Cuba mancato e della speranza di cedere la loro attività a qualcuno che possa ereditare l’amore per l’artigianato nonostante tutte le difficoltà e i campi minati che i governi che si sono susseguiti hanno creato. La stanchezza e la voglia di riscatto, di rivincita verso un mondo che sembra ignorarli. La stessa cosa che anche io ho fatto per anni e che ora, finalmente, ho cambiato.

Ovunque andro’, è qui che ritornero’.

Le tre notizie.

Le tre notizie.

Questi sono i momenti nei quali penso seriamente che il blog sia solo un rifugio nei momenti tristi. Ma ci si puo’ fare poco se lo stimolo di scrivere viene sono quando tutto sembra più lento, più serio e più pesante.

Potrebbe essere un perfetto scheletro della commedia dell’arte, ma è una storia vera. Tre persone sono morte la stessa notte, tre donne, tre parenti, tre ricordi della mia infanzia che non ho più incontrato da anni. Tre morti slegate tra loro, in luoghi diversi, per motivi diversi: solo hanno scelto la stessa notte. E’ successo la scorsa domenica e mia madre incredula ad alzare il telefono la mattina dopo con il messaggio di una morte, poi un’altra, e poi ancora. Tre volte. Tre SMS che si susseguono sul mio telefono, tre “porca puttana” mormorati alla scrivania dell’ufficio “…che tanto questi non capiscono” (falso). Tre telefonate la sera per fare le condoglianze, tre volte basito, tre interlocutori dall’altra parte che a fatica rispondono al telefono, ti ringraziano e per cambiare discorso ti fanno tutti la stessa domanda “e tu, come va?”, come se il mio “io sto bene, va tutto bene” fosse il miraggio dell’arcobaleno nel loro cielo da temporale ancora in grandine e troppo freddo. E poi riagganci, sospiri e come sempre aspetti di capire e di sentire le conseguenze dei fatti: la botta.

Voglio dire, si muore tutti e tutti dobbiamo morire.
E’ che nessuno dovrebbe senitrsi dire tre volte “cosa vuoi, siamo tutti di passaggio!” e quindi un porcaputtana te lo strappano di bocca. E anche se a calci nel culo ti ripeti “carpe diem” sei cosi’ giù che ti concedi un “oggi no, domani.”.

 

L’educazione siberiana di Salvatores

L’educazione siberiana di Salvatores

Dopo aver visto l’ultimo film di Salvatores ancora una volta mi rimane quella sensazione di incompleto. Forse non è colpa sua se le sceneggiature dei film che poi gira finiscono sempre per avere nella seconda parte del film un momento di down e di poca chiarezza. Anche Educazione Siberiana si perde lentamente perché il ritmo inizialmente sostenuto e l’alternanza dei flash-back lascia il posto a ricordi sovrapposti e stanchi.

20130324-152230.jpg

Da quanto ho capito (non avendo letto ancora il libro) la storia è un’adattamento di un parziale dell’omonimo libro di Nicolai Lilin e, sentito in una intervista radiofonica, sembra che sia stato proprio lui a scegliere Salvatores e a scrivere la sceneggiatura del film. L’inizio crudo crea qualche mugugno in sala tra gli spettatori che forse non si aspettano scene cosi’ violente e mai splatter.

Parlando degli attori ed interpreti, John Malkovich è una spanna sopra il resto del cast (come prevedibile) anche se il doppiaggio non mi ha permesso di ascoltarne la recitazione e mi sono quindi dovuto accontentare di osservare corpo ed espressività. Arnas Fedaravicius che interpreta Kolima è di una bellezza imbarazzante e riesce ad essere il giusto protagonista del film. Eleanor Tomlinson, bravissima a farci capire con il solo sguardo di essere “una persona speciale”, ci fa venire un nodo alla gola grazie alla sua semplicità e al suo bisogno di protezione.

20130324-151119.jpg

Un film che vale la pena di andare a vedere anche solo per le ambientazioni del villaggio dei siberiani, le foreste, la prigione con colonne di luce dal soffitto che ricordano “Fuga di mezzanotte” e per le metafore del nonno Malkovich.

A modo mio…

A modo mio…

A modo mio il passato lo tengo stretto per costruirmi un futuro accettando il fatto che la vita sia fatta di esperienze, belle o brutte.

A modo mio non passo ciclicamente le dita su una tastiera per esercitarmi nell’arte della provocazione del prossimo.

A modo mio vado da uno “bravo” se ho bisogno di sfogarmi e non insulto il primo che mi viene a tiro.

A modo mio se ho menate preferisco il silenzio al vomitare in pubblico.

A modo mio il virtuale lo uso come passatempo perché quando la batteria è scarica e la corrente manca poi si è soli.

A modo mio incoraggio tutti coloro che amo ad intraprendere nuove sfide e a sostenerli in ogni caso.

A modo mio conosco la differenza tra amore e odio e non faccio confusione sencondo l’umore.

A modo mio auguro a tutti coloro che ho avuto nel passato di farsi una nuova vita e di essere felici.

A modo mio accetto ciò che la vita mi da e ne faccio buon uso anche se non sempre arriva in forme e modi che preferisco.

A modo mio dei soldi e degli oggetti mi frega gran poco ma ne do finché posso pur di far felice gli altri.

A modo mio mi sciacquo sempre la bocca prima di parlare degli altri ma solo se mi rispettano.

E visto il tuo impeccabile comportamento di questi ultimi mesi, sempre a modo mio, sono felice di aver voltato pagina e di averti da tempo detto addio.

 

Quindi,

perdonami per il prestito di lusso,

un grande in bocca al lupo,

datti pace e una volta per tutte segui per primo il tuo mantra: lévati.

 

E ora basta.

Anniversari

Anniversari

Lucio+Dalla+luciodalla

Nella poltrona tappezzata di un tessuto rosa antico, lui è semisdraiato storto e pronto per un caffè, tra un’imprecazione e l’altra. E il cane sulle ginocchia, che chi s’avvicina è perduto: son denti e ringhiate. La televisione illumina il salotto buio e il volume, sempre sopra le righe, è graziato da un vicino sordo. Mio padre che passa la sua ennesima serata in solitaria mentre “noi altri” siamo dispersi in altre stanze buie a fare altre azioni in solitaria.

Un ricordo lontano anni, che sembra ieri. Oggi è il suo compleanno, l’80esimo. Ma oggi è anche il compleanno di Lucio Dalla (70°), il suo cantante preferito. E quindi RAI1, televisione dell’emigrante, mi regala un duro ricordo. Perché resto senza fiato nel sentire quelle canzoni che riempivano lo studio dove lavorava, l’auto che guidava e le poche note che cantava. Poi penso alla sua rigidità, un uomo di ghiaccio. Un uomo muto e conservatore che amava canzoni con testi d’avanguardia: tra soggetti d’emarginazione, fantasia narrativa e richiami irriverenti. Mio padre, un sedicente conservatore che sembrava aver perso la voglia di sorridere alla vita. Grazie a quelle canzoni so che non era così.

Stringo il cuscino mentre ricordo quando nella Giulietta fischiettavi “ma come fanno i marinai?” e forse eri tu quello intorno al mondo senza amore e senza nessuno a chiederti come va…

I Subsonica e la Russia

I Subsonica e la Russia

Le immagini che arrivano dalla Russia ricordano il video “Incantevole” dei Subsonica. Semplicemente incredibile. E che paura immaginare queste scene nel cielo di Parigi, Roma, Milano, New York, Londra, Tokyo.

La pioggia di meteoriti immaginata dai Subsonica:

La pioggia di meteoriti oggi in Russia:

Non resta che goderci il video e guardare il cielo.

 

Junk Food Nation

Junk Food Nation

Il cinema in Francia, e i buoni propositi messi a dura prova pochi minuti prima di entrare in sala.

 

le recensioni attardate: Django Unchained.

le recensioni attardate: Django Unchained.

Di Django Unchained avevo intenzione di parlare qualche giorno fa sul blog. Poi non avendo gli “strumenti” in termini di knowledge cinematografica, mi sono trattenuto per evitare di entrare in una banale recensione. Ma lo scorso week-end ho sentito alla radio Nicola Favino pronunciarsi sul film e definirlo il più bel film della storia del mondo. E da qui riparto con questo post sul film e sul suo regista.

Spoiler Alert: basso

Discutere di Django Unchained e di Tarantino equivale a parlare del bianco e del nero. E’ impossibile rimanere indifferenti ai suoi film, e la discussione immediatamente si sposta sulle canoniche questioni di “piace/non piace”, “geniale/banale”, “pro/contro”. In breve si’ o no? Il mio punto di vista è si’ e no (bieco tentativo di essere originale, io).

Vediamo di prendere il film da un punto di vista diverso dal solito.

More

Putain!

Putain!

Prima o poi se decidete di visitare la Francia (o di venire qui con l’idea di sbarcare il lunario), dovrete arrendervi ad alcune abitutini lessicali degli abitanti del luogo. Oggi ne vedremo una veramente interessante.

Se in Italia si fantastica sull’abuso di “merde” da parte dei transalpini come sostituto del nostro “cazzo!”, sappiate che in realtà loro adorano dire, urlare, aspirare, sillabare, sputare, (…) solo una parola: putain!

Attenzione perché potreste rimanere infastiditi e pensare che si tratti di un’esagerazione del parlante. Credetemi, è intercalare più che quotidiano. In ufficio, per strada, dal panettiere, al supermercato, …

putain

Secondo il Petit Robert si tratta di un’esclamazione utilizzata per espripere sorpesa, ammirazione e collera. Ma viene aggiunto l’etc che tradotto in umanese significa “la qualsiasi”. Per farvi meglio comprendere il concetto, ho trovato su youtube un filmato di una ragazza che spiega quanto il vostro francese possa migliorare miracolosamente con la semplice aggiunta di questo poliedrico vocabolo, nelle svariate situazioni di ogni giorno.

…putain, c’est vrai!

Una nota: i francesi adorano abbreviare i termini ma non sostituite putain con pute.

Ma questo ve lo spieghero’ in altro post.

La settimana dell’influenza.

Quando ero piccolo mia madre mi raccontava della febbre come l’imminente fine dell’influenza. Mi diceva che era sintomo della battaglia tra i globuli-non-so-cosa e il virus-non-so-quale. Forse era un modo per tenermi tranquillo visto la mia cronica impazienza. Erano influenze da 7 giorni che ogni anno mi tenevano a letto e che tutto sommato mi facevano piacere. Avevo il mondo attorno a me e bastava chiedere per avere un sorriso o una carezza. Poi sono cresciuto, l’influenza è stata sempre meno aggressiva (con me) ed è arrivato il vaccino. Tutto ha funzionato alla perfezione (al massimo 1 o 2 giorni fuori uso ma nulla di più).

Povero me! Credevo di essere immune anche quest’inverno e invece eccomi a letto per giorni e in modalità zombi fuori casa. Occhi che bruciano, testa che scotta, gambe che tremano di notte. Poi raffreddore e intontimento, voce nasale e respiro affannoso. In tutto questo fiumi di acqua schiumosa di Tachipirina, L52 (intruglio francese), Ginseng in fiale, Aloe vera diluita in acqua, compresse di vitamina C e crema per gli occhi che brucia (ovviamente).

Ma come tutte le cose, anche quelle che disturbano e che fanno del male finiscono. E quindi posso dire che, dallo scorso venerdì, oggi è il mio primo giorno di stato fisico positivo (direi al 75% delle forze). Una settimana, come le influenze da bambino. In mezzo due voli, 3 giorni a Milano passati a letto, la mamma che ti viene a trovare a casa come se fossi ancora bambino, reazioni isteriche al lavoro (non le mie!) per le stupidate del momento (anche queste non mie!).

Ah sì, quasi dimenticavo: mia madre che evolve nella consapevolezza che l’omosessualità è una condizione umana normale e non è né malattia, né stravaganza dei tempi contemporanei. Quasi un miracolo! Voglio dire: se penso che 3 anni fa era malattia, 2 anni fa colpa sua e delle sue cure ormonali e l’anno scorso mi cercava la fidanzata all’Esselunga, il 2013 si apre con uno stravolgimento incredibile nel rapporto che ho con lei. Io chiaramente incredulo, nemmeno ho avuto il coraggio di farle i complimenti per la sua evoluzione di pensiero.

A distanza di 4 giorni mi viene ancora il dubbio che non si sia trattato di un mio delirio da 39,5°C. Ma una cosa mi è chiara: la mamma aveva ragione nel dire che la febbre è indice dell’imminente fine dell’influenza. E grazie al suo coraggio, anche il nostro sorriso sta finalmente guarendo.
Dopo 3 lunghi anni.

%d bloggers like this: